Italia – “Buoni cristiani e allegri cittadini”: la gioia educativa di Don Bosco

(ANS – Roma) – Tra le espressioni più celebri di Don Bosco, una sintetizza con particolare efficacia il suo sogno educativo: formare “buoni cristiani e onesti cittadini”. Numerosi studiosi – tra cui don Pietro Braido, SDB, che parla di una vera e propria formula dell’umanesimo educativo salesiano – hanno mostrato come questa sintesi esprima un progetto di educazione integrale, capace di tenere insieme fede vissuta, maturità umana e responsabilità sociale. In questo orizzonte, l’allegria non è un elemento accessorio, ma uno dei segni più evidenti della riuscita educativa: là dove i giovani appaiono spenti e tristi, lo stile salesiano non ha ancora sprigionato tutta la sua forza.

Alla radice di questa visione si colloca quello che san Giovanni Paolo II, nella Iuvenum Patris, ha definito un autentico umanesimo cristiano. Don Bosco guarda ogni giovane come una persona chiamata alla pienezza della vita, nella quale crescita umana e vita di grazia procedono insieme. Egli rifiuta tanto una spiritualità disincarnata quanto un umanesimo senza Dio: insiste sullo studio, sul lavoro, sull’amicizia, sull’uso responsabile del tempo libero, ma orienta tutto a Cristo e alla salvezza. Per questo afferma con chiarezza che non si può essere buoni cristiani senza diventare cittadini onesti, né cittadini autenticamente responsabili senza una coscienza formata dalla fede.

È lo stesso Don Bosco a indicare con semplicità la via di questa pienezza. Al giovane Francesco Besucco propone un programma essenziale e realistico, capace di unire serenità, impegno e vita spirituale:«Allegria, studio, pietà… è questo il grande programma, il quale praticando, tu potrai vivere felice e far molto bene all’anima tua». In queste poche parole si condensa una pedagogia concreta e quotidiana, lontana da ogni moralismo triste e profondamente radicata nella vita reale dei giovani.

In questo quadro si comprende perché, nel sistema preventivo, la pedagogia della gioia e della festa sia considerata un elemento costitutivo e non negoziabile. Gli studi ricordano che “la gioia, l’allegria, è elemento costitutivo del sistema, inscindibile dallo studio, dal lavoro e dalla pietà”. Don Bosco traduce questo principio in pratiche educative molto concrete: il gioco, il teatro, la musica, le feste, le passeggiate, sempre in profondo collegamento con la vita sacramentale. Il cortile rimanda alla chiesa, la ricreazione alla confessione e alla comunione, la festa alla carità.

Si tratta di una gioia educata e orientata, libera e spesso rumorosa, ma mai disordinata o vuota. È una gioia capace anche di dire qualche “no”, perché fondata su una visione positiva dell’uomo, nella quale natura e grazia, dovere e ricreazione non si oppongono, ma si sostengono reciprocamente. In questo senso, l’allegria diventa quasi una vocazione: il modo cristiano di abitare la vita con fiducia, responsabilità e speranza.

Essere “buoni cristiani e allegri cittadini” significa allora vivere la cittadinanza con cuore evangelico. Don Bosco desidera giovani capaci di pensare e agire per motivi religiosi, ma nello stesso tempo pronti ad assumersi con responsabilità i propri doveri civili: lavorare onestamente, rispettare le leggi giuste, collaborare alla pace sociale, contribuire al bene comune. Non propone una fuga dal mondo, ma un’immersione responsabile nella realtà, illuminata dal Vangelo. “Buon cristiano” e “onesto cittadino” non sono due identità parallele, ma due dimensioni inseparabili della stessa persona.

Un articolo recente descrive così il clima dell’oratorio di Valdocco: «I ragazzi potevano imparare a essere buoni cristiani e onesti cittadini, e potevano assaporare la gioia come misura alta della vita cristiana». L’allegria diventa così per Don Bosco una sorta di termometro educativo e vocazionale: se un giovane è costantemente cupo, isolato, senza slancio, qualcosa non funziona; se invece sa giocare, impegnarsi e pregare con cuore sereno, allora è sulla strada giusta. Non a caso, nella celebre Lettera da Roma del 1884, Don Bosco richiama i Salesiani alla familiarità con i giovani, specialmente in ricreazione, come luogo privilegiato dell’educazione: senza familiarità non si dimostra l’amore, senza amore non nasce la confidenza, e senza confidenza non c’è vera educazione.

Nel nostro tempo, in cui molti giovani associano la fede alla tristezza, alla rinuncia o a una proposta più umana, l’allegria secondo Don Bosco si rivela di sorprendente attualità. Essa testimonia che il Vangelo rende più umani; che è possibile essere profondamente cristiani e pienamente inseriti nella vita sociale, nel lavoro e nella cultura. Là dove crescono giovani capaci di pregare e di studiare, di servire e di impegnarsi nella città, di sorridere e di far sorridere, il carisma di Don Bosco continua a offrire al mondo la sua risposta più convincente: una santità quotidiana che sa essere felice.

 

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